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Il villaggio che non c’è più: la catastrofe di Blatten e il nuovo volto delle Alpi

Il villaggio che non c’è più: la catastrofe di Blatten e il nuovo volto delle Alpi

28 maggio 2025: nove milioni di metri cubi di ghiaccio e roccia cancellano dalla mappa un paese svizzero. Un evento che segna una nuova era per la sicurezza alpina


Ci sono date che rimangono impresse nella memoria collettiva delle Alpi. Il 28 maggio 2025 è una di queste. Alle 15:30 di quel martedì di fine primavera, un boato assordante ha squarciato la tranquillità della Lötschental, in Vallese, mentre nove milioni di metri cubi di ghiaccio, roccia e fango si abbattevano sul villaggio di Blatten, cancellando dal paesaggio alpino quello che fino a poche ore prima era un piccolo gioiello dell’architettura montana svizzera.

Non è stata una tragedia improvvisa. Non è stato un capriccio della natura. È stato l’epilogo annunciato di una crisi che si stava consumando da settimane sotto gli occhi attenti dei geologi, il drammatico finale di una sequenza di eventi che ha mostrato al mondo intero quanto fragili siano diventate le nostre montagne nell’era del cambiamento climatico.

Le avvisaglie: quando la montagna inizia a parlare

La storia di Blatten inizia il 15 maggio 2025, due settimane prima della catastrofe finale. Quel giorno, i sensori installati sul versante nord del Kleines Nesthorn, vetta di 3.342 metri che sovrasta il ghiacciaio Birch, iniziano a registrare i primi movimenti anomali. Non si tratta dei normali assestamenti rocciosi che caratterizzano l’alta montagna in primavera, ma di spostamenti più marcati, più preoccupanti.

I geologi sanno bene che il Kleines Nesthorn è una montagna “sorvegliata speciale” da anni. Il versante settentrionale, fino a trent’anni fa ricoperto da spessi strati di ghiaccio perenne, ha visto ritirarsi progressivamente il suo mantello bianco, lasciando esposta una parete rocciosa sempre più instabile. Il permafrost che teneva salda la struttura montana si è ritirato metro dopo metro, anno dopo anno, seguendo l’inesorabile aumento delle temperature in quota.

Tra il 15 e il 19 maggio, i crolli si susseguono con frequenza crescente. Blocchi di roccia si staccano dalla parete e precipitano sul ghiacciaio Birch sottostante, accumulandosi sulla sua superficie come un carico sempre più pesante. È come caricare progressivamente un camion oltre la sua portata massima: prima o poi, qualcosa deve cedere.

Il 19 maggio, le autorità cantonali prendono la decisione più difficile ma più saggia: l’evacuazione preventiva di Blatten e dei piccoli insediamenti circostanti. Trecentosessantacinque persone vengono allontanate dalle loro case, portando con sé solo l’essenziale e la speranza di poter tornare presto. Anche gli animali vengono evacuati – un dettaglio che racconta molto della meticolosità svizzera, ma anche dell’amore per la vita in tutte le sue forme.

23 maggio: la vetta che non c’è più

Il 23 maggio 2025 segna il punto di non ritorno. Quel giorno, una porzione significativa della cima del Kleines Nesthorn crolla completamente, depositando milioni di metri cubi di detriti rocciosi sulla superficie del ghiacciaio Birch. Il peso aggiuntivo trasforma immediatamente la dinamica glaciale: il ghiaccio, fino a quel momento relativamente stabile, inizia a muoversi a una velocità impressionante.

Da pochi centimetri al giorno, il movimento accelera fino a raggiungere i dieci metri ogni ventiquattr’ore. È una velocità abnorme per un ghiacciaio, un segnale inequivocabile che la situazione sta precipitando verso un epilogo catastrofico. I tecnici installano sensori di movimento continuo, le webcam puntate sulla zona mostrano immagini sempre più preoccupanti: il ghiacciaio si sta letteralmente sgretolando sotto il peso eccessivo.

In quei giorni cruciali, gli abitanti sfollati di Blatten seguono con ansia crescente l’evolversi della situazione. Molti sperano ancora che la montagna si stabilizzi, che il ghiacciaio riesca a reggere il carico, che la loro vita possa tornare alla normalità. Ma chi vive in montagna sa riconoscere i segni: quando la natura decide di cambiare le regole del gioco, non c’è volontà umana che possa fermarla.

28 maggio, ore 15:30: l’apocalisse bianca

Alle 15:30 del 28 maggio 2025, tutti i sensori installati nella zona registrano simultaneamente un evento di magnitudo eccezionale. Il ghiacciaio Birch, ormai completamente destabilizzato dal peso dei detriti rocciosi, cede di schianto. In pochi minuti, nove milioni di metri cubi di ghiaccio, roccia e fango si riversano a valle con una velocità devastante.

Le immagini aeree riprese nei giorni successivi mostrano uno scenario apocalittico: dove fino al giorno prima sorgeva il villaggio di Blatten, con le sue case in legno e pietra, la chiesa dal campanile slanciato e le strade ordinate, ora si estende una coltre grigiastra di detriti alta fino a duecento metri. Il novanta per cento del paese è letteralmente scomparso sotto la massa franosa.

Solo alcuni tetti spuntano ai margini della frana, come isole in un mare di distruzione. La chiesa, simbolo della comunità per generazioni, è completamente sepolta. La scuola, i negozi, la maggior parte delle abitazioni: tutto cancellato in un istante da una forza della natura contro cui non esistono difese umane efficaci.

Ma la devastazione non si ferma qui. La gigantesca massa di detriti ostruisce completamente il corso del fiume Lonza, che scorre sul fondovalle della Lötschental. In poche ore si forma un lago artificiale che inizia a salire di livello, sommergendo anche gli edifici che erano sopravvissuti alla frana iniziale.

Le ore dell’ansia: quando il lago minaccia la valle

Nelle ore e nei giorni successivi alla catastrofe, l’attenzione si concentra sul lago artificiale che continua a crescere. Il timore delle autorità è che l’acqua possa traccimare improvvisamente, scatenando un’ondata di piena devastante che investirebbe tutti i paesi a valle, da Ferden a Gampel e Steg.

Viene attivato immediatamente lo stato maggiore di crisi cantonale. L’esercito svizzero si mobilita con pompe, escavatori e attrezzature pesanti, ma la situazione è troppo pericolosa per permettere interventi diretti nella zona del disastro. I soldati rimangono in attesa a Turtmann, pronti a intervenire non appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno.

Per giorni interi, migliaia di persone nelle comunità a valle vivono con le valigie pronte, preparate a evacuazioni d’emergenza che fortunatamente non si renderanno mai necessarie. Il lago, dopo aver raggiunto il suo livello massimo, inizia lentamente a stabilizzarsi. L’acqua del Lonza si fa strada attraverso i detriti, creando un nuovo corso che aggira la zona della frana.

È un piccolo miracolo della natura: quello che avrebbe potuto essere un disastro a catena si risolve senza ulteriori vittime. Il fiume riprende a scorrere, il lago si stabilizza, la minaccia di inondazioni catastrofiche a valle si allontana.

Il prezzo umano: una comunità spezzata

In mezzo a questa successione di eventi drammatici, c’è però una nota tragica che non può essere dimenticata. Un uomo di 64 anni, residente nella zona, risulta disperso. Nonostante l’evacuazione preventiva, si trovava nelle vicinanze dell’area colpita al momento della frana. Le ricerche, condotte con droni, cani da soccorso e squadre specializzate, non hanno dato esito positivo.

È l’unica vittima accertata di quella che avrebbe potuto essere una strage. Un numero che testimonia l’efficacia del sistema di allerta svizzero, ma che non può cancellare il dolore per una vita perduta e per una comunità che ha visto scomparire la propria casa, la propria storia, i propri ricordi sotto una montagna di ghiaccio e roccia.

Trecentosessantacinque persone hanno perso tutto: non solo le case e i beni materiali, ma anche quel senso di appartenenza a un luogo che per molti rappresentava il mondo intero. Famiglie che vivevano a Blatten da generazioni si sono ritrovate improvvisamente senza radici, senza un posto da chiamare casa.

La risposta svizzera: solidarietà e progettualità

La reazione delle autorità svizzere è stata immediata e impressionante. La sera stessa della catastrofe, con gli occhi lucidi di commozione, il sindaco di Blatten Matthias Bellwald ha promesso ai suoi concittadini che ci sarà una “nuova Blatten”. Parole che potrebbero sembrare vuote retorica in un momento simile, ma che in Svizzera hanno un peso specifico diverso.

Il 10 giugno, appena due settimane dopo il disastro, le autorità hanno presentato il piano per la ricostruzione del villaggio. Non sarà una semplice operazione di ripristino, ma la nascita di una comunità completamente nuova. La “nuova Blatten” sorgerà nelle frazioni di Eisten e Weissenried, che sono state risparmiate dalla frana, e rappresenterà un modello di resilienza alpina nell’era del cambiamento climatico.

Il Canton Vallese ha stanziato immediatamente 10 milioni di franchi svizzeri per le misure urgenti e la pianificazione. La Confederazione ha assicurato il proprio sostegno, e la solidarietà di tutta la Svizzera si è manifestata attraverso donazioni e offerte di aiuto da ogni parte del paese.

La presidente della Confederazione, Karin Keller-Sutter, si è recata personalmente sui luoghi del disastro, sottolineando che la ricostruzione di Blatten è una priorità nazionale. Non si tratta solo di ricostruire un villaggio, ma di dimostrare che le comunità alpine possono adattarsi e sopravvivere anche di fronte alle sfide più estreme del nostro tempo.

Il ghiacciaio perduto e il clima che cambia

La catastrofe di Blatten non può essere compresa senza inquadrarla nel contesto più ampio della crisi climatica che sta trasformando radicalmente l’ambiente alpino. Il ghiacciaio Birch, protagonista involontario di questo disastro, è solo uno dei tanti ghiacciai svizzeri che stanno scomparendo a ritmi accelerati.

Negli ultimi due anni, i ghiacciai svizzeri hanno perso il 10% del loro volume complessivo: un dato che fa impressione anche a chi è abituato a confrontarsi con le statistiche del riscaldamento globale. Nel 2022 la riduzione è stata del 6%, nel 2023 del 4% – i tassi più alti mai registrati nella storia delle misurazioni glaciali.

Ma la perdita di ghiaccio è solo la punta dell’iceberg di un processo molto più complesso. Con l’aumento delle temperature medie, il permafrost – quel suolo permanentemente gelato che tiene insieme la roccia in alta montagna – si sta ritirandoprogressivamente verso quote sempre più elevate. Pareti rocciose che per millenni sono rimaste stabili grazie al “collante” del ghiaccio perenne, ora si sgretolano con frequenza crescente.

Il versante nord del Kleines Nesthorn è un esempio perfetto di questo processo. Trent’anni fa, quella parete era protetta da spessi strati di ghiaccio. Oggi il ghiaccio è scomparso, il permafrost si è ritirato, e la roccia nuda è esposta agli sbalzi termici che ne accelerano la disgregazione.

Un fenomeno sempre più frequente

La frana di Blatten non è un evento isolato, ma si inserisce in una sequenza preoccupante di crolli in alta montagna che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Nel 2004, in Italia, c’è stato il crollo di Punta Thurwieser nell’Ortles-Cevedale. Nell’agosto 2017, sopra il villaggio di Bondo in Val Bregaglia, tre milioni di metri cubi di roccia si sono staccati dal Pizzo Cengalo. Nell’aprile 2024, un’altra frana colossale ha interessato il Piz Scerscen nel gruppo del Bernina.

E naturalmente, noi che viviamo e osserviamo le Dolomiti non possiamo dimenticare la tragedia della Marmolada del 3 luglio 2022, quando il crollo di una serac del ghiacciaio ha causato la morte di 11 alpinisti. Un evento che ha scosso profondamente la nostra comunità montana e che presenta molte analogie con quanto accaduto a Blatten.

I ricercatori sono ancora al lavoro per comprendere appieno le dinamiche che hanno portato al crollo del ghiacciaio Birch. Serviranno mesi per sviluppare modelli accurati e pubblicare ricerche definitive. Ma una cosa è già chiara: il collegamento con il cambiamento climatico non è ipotetico, è diretto e misurabile.

Come ha spiegato il glaciologo dell’Università di Friburgo Andreas Bauder: “Questo evento ha avuto luogo nella zona periglaciale, ancora toccata dal permafrost. I cambiamenti climatici, con l’aumento delle temperature, destabilizzano questi versanti di altitudine elevata. La roccia che cade su un ghiacciaio già instabile può creare fenomeni a cascata”.

Le lezioni per le Dolomiti

Osservando da lontano la tragedia di Blatten, noi che viviamo e amiamo le Dolomiti non possiamo fare a meno di interrogarci su cosa significhi tutto questo per le nostre montagne. Le Dolomiti, con i loro profili verticali e la loro geologia particolare, sono esposte a rischi diversi rispetto alle Alpi occidentali, ma non per questo meno preoccupanti.

I crolli di roccia sono sempre stati una caratteristica delle nostre pareti verticali, ma l’aumento delle temperature sta modificando anche qui le condizioni di stabilità. Il permafrost presente nelle zone più elevate delle Dolomiti si sta riducendo, e con esso diminuisce la coesione delle pareti rocciose.

Non abbiamo ghiacciai paragonabili a quello del Birch, ma abbiamo pareti esposte a processi di disgelo-gelo che ne aumentano la fragilità. Non abbiamo il rischio di colate detritiche di quella magnitudo, ma dobbiamo fare i conti con una frequenza crescente di crolli rocciosi che possono rendere pericolose vie di salita considerate sicure per generazioni.

La lezione di Blatten è che il monitoraggio scientifico e la prevenzione sono diventati strumenti indispensabili per la sicurezza delle comunità alpine. Il sistema di allerta che ha permesso l’evacuazione preventiva del villaggio svizzero rappresenta un modello da seguire e adattare alle specifiche caratteristiche del nostro territorio.

Un nuovo paradigma per l’ambiente alpino

La catastrofe del 28 maggio 2025 segna simbolicamente l’ingresso delle Alpi in una nuova era geologica. Non possiamo più considerare le nostre montagne come un ambiente sostanzialmente stabile, dove i cambiamenti avvengono su scale temporali geologiche di migliaia di anni. Il cambiamento climatico sta accelerando i processi naturali, rendendo instabile in pochi decenni quello che per millenni è rimasto saldo.

Blatten è diventato il simbolo di questa nuova fragilità alpina. Un villaggio che esisteva da secoli, che aveva resistito a inverni rigidi, valanghe, alluvioni e tutti i capricci del clima montano, è scomparso in pochi minuti sotto una montagna di ghiaccio e roccia.

Ma Blatten è anche il simbolo della resilienza umana e della capacità di adattamento delle comunità alpine. La promessa di ricostruzione, l’impegno delle autorità, la solidarietà di un’intera nazione dimostrano che l’uomo può imparare a convivere anche con questa nuova realtà ambientale, purché lo faccia con umiltà, competenza scientifica e spirito di collaborazione.

Il ricordo e la speranza

Oggi, a distanza di mesi da quella tragica giornata di fine maggio, il cono detritico che ha sepolto Blatten si sta lentamente stabilizzando. La vegetazione inizia timidamente a ricolonizzare le zone meno compromesse, il nuovo corso del Lonza ha trovato il suo equilibrio, il lago artificiale si è ridotto a dimensioni gestibili.

I lavori per la “nuova Blatten” sono iniziati, e con essi la speranza che una comunità possa rinascere dalle proprie ceneri. Sarà un villaggio diverso, costruito con criteri di sicurezza aggiornati alla nuova realtà climatica, ma sarà comunque casa per chi ha perso tutto in quel terribile pomeriggio di maggio.

La montagna ha mostrato la sua forza distruttrice, ma l’uomo ha dimostrato di saper reagire con intelligenza e determinazione. Forse questa è la più importante lezione che possiamo trarre dalla tragedia di Blatten: nell’era del cambiamento climatico, la convivenza con l’ambiente alpino richiederà nuove competenze, nuove strategie, nuova umiltà.

Ma richiederà soprattutto quello spirito di comunità che ha sempre caratterizzato la gente di montagna, quella capacità di fare fronte comune di fronte alle avversità che da secoli permette all’uomo di vivere tra le vette più belle e pericolose del mondo.

Il villaggio di Blatten non c’è più. Ma la sua gente c’è ancora, e con essa la volontà di continuare a vivere in montagna nonostante tutto. Forse è questo il vero miracolo che è emerso dalle macerie di quella tragica giornata di fine primavera 2025.


Fonti: Cancelleria di Stato del Vallese, RSI Radiotelevisione Svizzera, Federal Office for the Environment Switzerland, Institut für Schnee- und Lawinenforschung, glaciologia UNIGE

Dati tecnici: Volume frana 9 milioni di m³, velocità ghiacciaio pre-crollo 10 m/giorno, altezza detriti fino 200m, lunghezza cono detritico 2,5 km

Foto: Federal Office of Topography swisstopo – Rapid Mapping – Swisstopo / map.geo.admin.ch / Rapid mapping su Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/2025_Blatten_glacier_collapse

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